lunedì 19 gennaio 2009

Psicologia Cognitiva
La psicologia cognitiva è una branca della psicologia che ha come obiettivo lo studio dei processi mediante i quali le informazioni vengono acquisite dal sistema cognitivo, trasformate, elaborate, archiviate e recuperate.
La
percezione, l'apprendimento, la risoluzione dei problemi, la memoria, l'attenzione, il linguaggio e le emozioni sono processi mentali studiati dalla psicologia cognitiva.
Essa studia il funzionamento della
mente come elemento intermedio tra il comportamento e l'attività cerebrale prettamente neurofisiologica. Il funzionamento della mente è assimilato (metaforicamente) a quello di un software che elabora informazioni (input) provenienti dall'esterno, restituendo a sua volta informazioni (output) sotto forma di rappresentazione della conoscenza, organizzata in reti semantiche e cognitive.
Il
costruttivismo è stato spesso considerato come una corrente del cognitivismo, pur mantenendo una sua autonomia; alcuni dei suoi assunti epistemologici di base sembrano però significativamente differenti da quelli tradizionali del cognitivismo (George Kelly, fondatore della psicologia dei costrutti personali, amava ripetere: "sfatiamo il mito che il costruttivismo sia collegato al cognitivismo").
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Cenni storici
La psicologia cognitiva nasce verso la fine degli
anni '50 in parziale contrapposizione al comportamentismo. Quest'ultimo aveva gettato le basi per una psicologia fondata empiricamente. Il cognitivismo accetta il rigore metodologico del comportamentismo. Entrambe le discipline, infatti, si basano su una scientificità di tipo naturalistico, nel comune intento di assimilare lo studio della mente umana alle scienze fisiche.
La seconda metà degli
anni '50 vide non solo il fiorire di nuove impostazioni teoriche e procedure sperimentali, ma anche la diffusione di una prospettiva differente da quella comportamentista dominante negli Stati Uniti: la prospettiva della psicologia cognitiva o del cognitivismo. Vi confluirono i contributi di discipline diverse: oltre alla psicologia sperimentale di impronta neocomportamentista, la linguistica, la teoria dell'informazione e la cibernetica, le neuroscienze e la filosofia della mente. Si considera abitualmente come "data di nascita" del movimento cognitivista il Convegno di Boulder (Colorado) del 1955, anche se alcuni fanno retrocedere questa data al lavoro di Shannon sulla teoria dell'informazione del 1948.
Oltre all'impostazione interdisciplinare, la psicologia cognitiva aveva altri suoi aspetti caratteristici. In primo luogo, si interessava dei processi cognitivi (la percezione, l'attenzione, la memoria, il linguaggio, il pensiero, la creatività), che erano stati trascurati dai comportamentisti o considerati come dei prodotti dell'
apprendimento. A questi processi veniva riconosciuta sia un'autonomia strutturale sia una interrelazione e interdipendenza reciproche. Un'altra importante caratteristica della psicologia cognitiva è che la mente è concepita come un elaboratore di informazione, avente un'organizzazione prefissata di tipo sequenziale e una capacità limitata di elaborazione lungo i propri canali di trasmissione. L'analogia tra mente e calcolatore era basata sulle nozioni di informazione, canale, sequenza di trasmissione ed elaborazione dell'informazione, strutture di entrata (input) e uscita (output) dell'informazione dell'elaboratore, strutture di memoria. Per spiegare tale organizzazione strutturale e funzionale si diffuse l'uso di diagrammi di flusso, formati da unità (scatole) e aventi ciascuna compiti definiti (percezione, attenzione, ecc.) e da vie di comunicazione.
Modelli cognitivi


Test-Operate-Test-Exit (verificare, eseguire, verificare, terminare), esposto nel testo Piani e struttura del comportamento di Miller, Pribram, Galanter.
Nei primi modelli cognitivistici, l'elaborazione dell'informazione era concepita come un processo che avviene per stadi consecutivi, terminate le operazioni proprie di uno stadio si passa al successivo, e così via. Negli anni '70 furono presentati nuovi modelli che mettevano in evidenza sia la possibilità di
retroazione di uno stadio di elaborazione su quelli precedenti, sia la possibilità che si attivassero le operazioni di uno stadio successivo senza che quelli precedenti avessero già elaborato l'informazione per quanto li riguardava.
Un altro aspetto importante fu l'accentuazione del carattere finalizzato dei processi mentali. Il comportamento veniva ora concepito come una serie di atti guidati dai processi cognitivi ai fini della soluzione di un problema, con continui aggiustamenti per garantire la migliore soluzione. La nozione di “retroazione”, feedback, sviluppata dalla
cibernetica divenne centrale in questa concezione del comportamento orientato verso una meta. Lo psicologo sperimentale del linguaggio George Miller, con le sue opere rappresentò un'autentica svolta nella rappresentazione del comportamento: il comportamento era visto come il prodotto di una elaborazione dell'informazione, quale è compiuta da un calcolatore, per lo svolgimento di un piano utile alla soluzione del problema. Il comportamento non era quindi l'epifenomeno di un arco riflesso (input sensoriale, elaborazione, output motorio), ma il risultato di un processo di continua verifica retroattiva del piano di comportamento secondo l'unità TOTE ( test, operate, test, exit): l'atto finale (exit) non consegue direttamente ad un input sensoriale o a un comando motorio, ma è il risultato di precedenti operazioni di verifica (test) delle condizioni ambientali, di esecuzione (operate) intermedie e di nuove verifiche (test). Nel 1967 uscì il libro dello psicologo statunitense Ulric Neisser, “psicologia cognitiva”, nel quale venivano sintetizzate le ricerche condotte nei 10 anni precedenti secondo la prospettiva che fu definitivamente chiamata cognitivistica. La letteratura sperimentale sui processi cognitivi crebbe a dismisura sostituendo le prospettive passate con la nuova prospettiva che si diffuse anche in campo della psicologia sociale e della psicopatologia. È comprensibile quindi che nei primi anni '70 si parlasse ormai di rivoluzione cognitivistica nella ricerca psicologica.
La revisione degli anni '70 [modifica]
A partire dalla seconda metà degli anni '70 ebbe inizio un'opera di revisione teorica e metodologica all'interno del cognitivismo, che arrivò fino ad una parziale autocritica su quanto era stato acquisito nel decennio precedente. Fu ancora
Neisser a riassumere in un testo del 1976 gli aspetti problematici essenziali emersi nella letteratura psicologica cognitivistica. Neisser affermava che il cognitivismo aveva apportato nuovi e importanti contributi alla comprensione dei processi cognitivi, ma allo stesso tempo era degenerato in una miriade di esperimenti e di mode, spesso privi di effettivo valore euristico. Si trattava di modelli generalmente relativi a situazioni di laboratorio e non estrapolabili a situazioni di concreto funzionamento della mente nella vita quotidiana ("wild cognition"); inoltre, avevano un interesse più teorico che realmente applicativo.
Neisser faceva un continuo riferimento all'impostazione teorica di
James Jerome Gibson (approccio ecologico), che aveva una concezione cognitivistica di una costruzione della realtà esterna da parte della mente, secondo un'organizzazione sequenziale dell'elaborazione dell'informazione, stadio per stadio, ora invece criticata in base all'assunto che l'organismo nel corso dell'evoluzione si è dotato di sistemi sempre più economici e adeguati che consentono un'analisi diretta e immediata della realtà. Il richiamo alla validità ecologica degli esperimenti cognitivistici; la critica alla modellistica dei microprocessi e micromodelli all'infinito (le unità di elaborazione contenevano delle sotto-unità di elaborazione, e queste a loro volta delle altre, e così via: si trattava dei temi classicamente analizzati negli studi di HIP - Human Information Processing); l'esigenza di introdurre nel flusso dell'elaborazione dell'informazione processi relativamente trascurati, come la coscienza e la produzione di immagini; le innovazioni nel campo dell'informatica e della simulazione su calcolatore dei processi mentali; le nuove acquisizioni nel campo delle neuroscienze; tutti questi furono elementi fondamentali che attenuarono l'interesse per il cognitivismo "classico", o primo cognitivismo, già a partire da metà degli anni '80.
Il nuovo orientamento
Non vedendo realizzata effettivamente una vera e propria rivoluzione
paradigmatica, nei primi anni '80 molti psicologi finirono con lo sminuire la rilevanza teorica e metodologica del cognitivismo, arrivando fino a ritenerlo una continuazione, anche se in forma più sofisticata, del comportamentismo. Si diceva che aveva solo aggiunto dei processi intermedi tra lo stimolo e la risposta, ma il paradigma rimaneva sempre quello comportamentista. In questo contesto di riflessioni autocritiche da una parte, e di nuove acquisizioni in discipline di confine dall'altra, si sviluppò il nuovo orientamento della “Scienza Cognitiva”.
Il cognitivismo oggi
La psicologia cognitiva è oggi una scienza fortemente multidisciplinare, che si avvale dei metodi, degli apparati teorici e dei dati empirici di numerose altre discipline, tra le quali: la
psicologia, la linguistica, le neuroscienze, le scienze sociali e della comunicazione, la biologia, l'intelligenza artificiale e l'informatica, la matematica, la filosofia e la fisica.
Dal punto di vista
filosofico, la psicologia cognitiva assume la posizione ontologica del realismo critico, secondo la quale viene accettata l'esistenza di una realtà esterna strutturata, ma allo stesso tempo viene rifiutata la possibilità di conoscerla completamente. Questa premessa teorica lo distingue nettamente dal movimento comportamentista: l'oggetto di studio non è più (soltanto) il comportamento umano, bensì gli stati o processi mentali, precedentemente considerati interni ad una black box (o scatola nera) insondabile e non conoscibile scientificamente.
Tale presa di posizione nei confronti dello studio dell'attività mentale si traduce concretamente nell'affermarsi della concezione di comportamento umano come risultato di un
processo cognitivo di elaborazione delle informazioni articolato e variamente strutturato (information processing).
Gli esiti più recenti dell'analisi dei processi cognitivi, incentrano queste dinamiche nei contesti sociali in cui si sviluppa il pensiero. Questo approccio basato sul cognitivismo, definito come
teoria sociale cognitiva, studia infatti l'interazione tra cognizione e contesto sociale. La teoria sociale cognitiva riveste un ruolo molto importante sul versante di studio della personalità. Una elevata importanza in questo nucleo teorico è attribuita alle riflessioni di Albert Bandura. Dai concetti elaborati da Bandura, hanno preso il via numerosi altri ricercatori, costituendo una corrente di pensiero che prende le mosse dal cognitivismo, costruendo un'analisi dei processi cognitivo-emotivi, incentrata sui contesti sociali che vedono tali processi esprimersi attraverso le condotte.
Un altro punto di riferimento nel panorama del cognitivismo contemporaneo è, nel campo della
psicologia e della psicoterapia, il cognitivismo post-razionalista di Vittorio Guidano. Egli, rielaborando i contributi teorici e sperimentali offerti da numerose altre discipline, apporta importanti contributi allo studio dell’evoluzione della mente umana, con risvolti innovativi nei campi dell’epistemologia, della psicologia sperimentale e della psicopatologia.

Bibliografia
Ulric Neisser, Cognitive psychology, (1967), Appleton-Century-Crofts, New Yor
George Kelly, La psicologia dei costrutti personali, 2004, Raffaello Cortina, Milano (ISBN 7078 - 920 - 9), (titolo originale: The Psychology of Personal Constructs, 1955).
Giuliana Galante

giovedì 15 gennaio 2009




Un racconto del mio Diario di Viaggio, E. ha 8 anni, è autistico, il più grave che abbia mai visto, ma è allo stasso tempo cosi dolce, un Angelo sulla terra, piccolo come questa tartaruga!



Durante il mio primo incontro per circa 20 minuti somministro della musica, a un volume basso, E. ascolta di tanto in silenzio, non si avvicina mai a me, dopo mi siedo di fronte a lui dall’altra parte del banco, ho delle corde, collane morbide e un telo molto elastico, ci gioco, dopo qualche minuto prende una collana di perle bianche, la tiene in mano, ci gioca, la porta alla bocca qualche volta, quando cade la riprende.
Da quel momento non urla più, io faccio ruotare gli oggetti sul tavolo, li avvicino, rifiuta tutti gli altri, mi alzo, e gioco col telo con l’I. S. , inizia a urlare di nuovo, va sotto il telo, lo prende solo una volta. Si è calmato con brani lenti, melodici, in cui c’erano diversi fiati.
Canto la canzone del saluto, mi ascolta in silenzio subito dopo va fuori nella sua stanza dei giochi.


Giuliana Galante

lunedì 12 gennaio 2009

Il Setting:
Matrice di Significati




Il setting nel contesto e nella matrice delle relazioni

Il dibattito ancora attuale sul setting ci fa pensare quanto sia complesso questo tema, rispetto ai significati che i significanti danno a questo termine.
Per Setting si intende uno spazio fisico e mentale all'interno del quale si attua una relazione terapeutica, spazio fisico come il luogo in cui questa particolare relazione si svolge.Il richiamo al setting evidenzia quanto una terapia/ percorso si strutturi anche su misure “normative”: la seduta inizia e finisce all’ora stabilita, e ciò è importante per il reciproco rispetto del patto terapeutico, tra analista e paziente.
Il dominio del setting come spazio fisico è la premessa per pensare al setting come spazio mentale condiviso in cui bisogna tener conto del contesto e della matrice delle relazioni.
Se non si ha consapevolezza del primo non può esserci la comprensione del secondo.Ogni tipo di terapia ha il suo setting. Nelle Artiterapie, attenersi scrupolosamente alle norme del setting non è sufficiente e può anche significare , nel caso in cui lo spazio fisico non sia in relazione allo spazio mentale (perché faccio/sento questo, perché fa/sente questo), un errore incredibile.In uno studio, una classe, o un atelier è possibile fare analisi quando il setting è integrato all'interno di un contesto/relazione tra i partecipanti.
Nell ‘Arteterapia stessa, come luogo dove più figure professionali intervengono sul paziente, essenzialmente un setting è il luogo in cui si sviluppa un processo di cura, cioè una percorso quale che sia l’orientamento, comportamentale, cognitivo, psicodinamico od altro ancora, è importante che vengano mantenute le premesse epistemologiche precedentemente ricordate.
È un luogo ed un tempo in cui nascono e si sviluppano relazioni particolari che hanno come obiettivo la cura di persone.Fanno parte di questo spazio il luogo fisico, le persone, il paziente, la famiglia, la patologia.
Se non si ha chiaro questo concetto non si può pensare di far terapia, significa rifiutare in qualche modo il proprio ruolo, rinunciare alla presa in carico del paziente.Nello “spazio” circolare della seduta è essenzialmente il terapeuta che conduce ed aiuta esprimere le emozioni dal paziente con la musica, il disegno, etc…...Il termine “spazio ” in contrapposizione con quello di “contesto” è intenzionalmente usato per segnalare la differenza di livello comunicativo che si verifica in uno “spazio circolare” in cui la comunicazione passa attraverso un piano prettamente sensoriale, anche se successivamente può, anzi deve, essere elaborato in pensiero.
Ma di che cosa è fatto il setting/ contesto relazione? Ecco alcuni esempi di setting all’interno di reali sedute:
Il primo esempio riguarda un incontro di Arteterapia con una ragazza di 13 anni S. (S. Dawn)
[….]Si propone un setting flessibile come “permissivo”, facilitante la libera espressione e una relazione terapeutica gratificante e un Metodologia semi/ direttiva.
Per integrare il campo di esperienza sono proposte attività vocali e di movimento, attività ludico musicali che consentono di sviluppare le abilità musicali pregresse e di imparare ad esprimersi con l’uso di diversi linguaggi. L’ approccio espressivo stimola gli aspetti affettivi, psicomotori, sociali e cognitivi.
Inoltre è prevista la pratica di semplici strumenti musicali non convenzionali con materiali di diverso tipo sia in momenti individuali che di gruppo.
Il secondo esempio tratta un caso di un Encefalopatia Post- Anossica, provocata da una Fibrillazione Ventricolare, L. 23 anni:
[….]Si propone un setting strutturato, familiare accogliente, che permetta la libera espressione, laddove il mezzo vocale ha una grande forza, e da una relazione terapeutica gratificante e un Metodologia direttiva .
Per integrare le esperienze vocali passate sono proposte attività legate al canto, alla rilettura dei testi, movimenti dolci, attività musicali che consentono di sviluppare le abilità mnemoniche pregresse e di imparare ad esprimersi con l’uso della voce cantata. Un setting che favorisca il rilassamento muscolare, l’ espressività dei tratti del viso, stimoli gli aspetti affettivi, psicomotori, sociali e cognitivi, di conseguenza la memoria, i ricordi, e la stimolazione al nuovo apprendimento .
Inoltre sono previste attività si associazione, di rappresentazione di ogni incontro sul Cartellone Sonoro, che alla fine del percorso sarà dato a L. come restituzione.
Un aspetto attraverso cui è possibile approfondire per predisporre il setting , che potremmo chiamare "esplorativo- relazionale”, in cui ci si propone di portare il paziente attraverso un autonomo processo di scoperta. Il setting è innanzi tutto inteso come spazio di azione in quanto è costituito, per esempio, da una stanza contenente vari materiali e apparecchiature utili a condurre semplici esperienze; tali oggetti possono essere disposti su un tavolo, sul pavimento, sulle sedie attorno al quale gli utenti potranno muoversi con una certa libertà in base alle operazioni che dovranno compiere; il terapeuta che non è mai osservatore esterno, ma partecipante, può scegliere di stare a fianco, dietro, vicino o meno per condurre il lavoro ; è possibile appendere alle pareti materiali, disporre l’illuminazione della stanza, i lavori ottenuti in forma grafica, le "scoperte" cui si giungerà ecc. Questo spazio di azione è così predisposto perché il terapeuta ha in testa un obiettivo di lavoro che prevede, per esempio, la formazione di gruppi eterogenei, l’individuazione entro ciascun gruppo di chi manipola direttamente i materiali e di chi osserva i risultati delle manipolazioni, l’assegnazione a ciascun gruppo di un fenomeno da indagare, l’impostazione da parte del Arteterapeuta della sperimentazione da condurre, la gestione di momenti di riflessione e discussione ecc. Uno spazio di azione così strutturato richiede particolari atteggiamenti: la preoccupazione del conduttore di non intervenire eccessivamente nella produzione, l’attenzione a far sì che ognuno possa esprimere le proprie emozioni, senza sentirsi giudicato, e dare la restituzione del prodotto andando oltre l’aspetto artistico, la sollecitudine a sostenere e incoraggiare di fronte ai fallimenti dei propri tentativi di comprensione o spiegazione del fenomeno indagato. Infine, sul piano delle relazioni il setting si trova adeguatamente rappresentato in riferimento alla relazione madre - bambino descritta attraverso le parole di Winnicott.Il bambino raggiunge la capacità di oggettivare l’ambiente attraverso la relazione con la madre.Un bambino all'inizio della vita è dipendente in maniera assoluta dalla “madre”, dall’ambiente in cui si trova. La relazione è così stretta che non si può descrivere il bambino senza descrivere l’ambiente.Ne consegue che anche il modo di essere dell'ambiente ha un decisivo significato, perchè tale ambiente è parte del bambino.Lo stadio della dipendenza assoluta o quasi assoluta è tipico di un bambino all'inizio della sua vita, perché non ha ancora separato il non me da ciò che è me e non è ancora equipaggiato per svolgere questo compito. In altre parole, l'oggetto non è ancora percepito dal bambino come diverso dal sé in quanto è un oggetto soggettivo, non oggettivamente percepito: Odgen per illustrare la modalità in cui avviene questa relazione fa riferimento allo sviluppo di percezione sensoriale di piacere, precipua di una modalità che chiama “contiguo autistica”. esperienza in cui la contiguità di superfici altrimenti separate genera l'esperienza di un'unica superficie sensoriale:
Anche i pazienti hanno, quantomeno inizialmente, un contatto con la stanza di arte terapia di questo tipo, contatto che passa attraverso la sincera disponibilità all’accoglienza verso l’altro, a provare simpatia più che empatia verso il paziente.
Il primo contatto da parte della struttura segue una modalità sensoriale. non faccio riferimento all’ingresso del paziente nella struttura ma al contatto con noi, con la disponibilità con protezione e la seduzione delle nostre cure che formano ”l’esperienza dell'essere tenuti e cullati dalle braccia della madre, - madre concepita non come rappresentazione ma- come parola e canto”.(Odgen)Credo sia necessario essere consapevoli che il nostro primo scambio con il paziente è uno scambio di questo tipo, uno scambio che avviene a livello sensoriale, che tende a promuovere una sorta di innamoramento del paziente verso l’esperienza terapeutica.E' interessante notare che, mentre esistono numerosissimi lavori sul controtransfert, non altrettanto avviene per quanto concerne l’attesa per il paziente che sta per venire in terapia. Non si tratta solo delle sedute preliminari e di un possibile percorso terapeutico, ma soprattutto di come ci immaginiamo il paziente. Insomma che non possa esserci empatia se prima non c’è stata sim- patia o anti – patia. Ognuno di noi dovrebbe monitorare accuratamente questi movimenti emotivi interni che appartengono in primo luogo a noi stessi: prima ancora del bambino c’è la madre che lo pensa. Il modo in cui pensa al bambino che non c’è, non è affatto ininfluente su come il bambino reale sarà.Tornando al paragone iniziale mi preme ricordare che esiste una vasta letteratura sugli aspetti controtransferali, cioè su ciò che il terapeuta agisce inconsciamente nella relazione con il paziente sulla pressione di aspetti non risolti della propria personalità. Nello studio di arte terapia o in qualsiasi altro contesto in cui si eroga un servizio connotabile come relazione di aiuto, bisognerebbe dedicare uno ampio spazio ad interrogarsi su quanto i comportamenti e i movimenti interiori dei Terapeuta abbiano una diretta ricaduta sui comportamenti e sui movimenti interiori dei propri pazienti, e questi a sua volta sui comportamenti della rete familiare.Lo sviluppo ha luogo perchè il bambino incontra il comportamento adattivo della madre o di un suo sostituto attraverso l’esperienza artistica.
Il paziente “guarisce”, o meglio ancora trova nuove modalità di relazione con se stesso, attraverso la relazione con il terapeuta.Questa cosa può verificarsi, sia che il bambino normodotato, sia nel bambino con una patologia.
A dodici settimane, comunque, i bambini ci possono dare informazioni da cui si può dedurre con sufficiente sicurezza che la comunicazione è un fatto. Si può dire che a dodici settimane essi sono in grado di giocare in questo modo: sistemato per l'allattamento al seno, il bambino guarda il volto della madre e la sua mano si solleva cosicché, nel gioco, il bambino nutre la madre mettendole un dito in bocca.Da ciò io deduco che, nonostante tutti i bambini assumano il cibo, non esiste comunicazione tra il bambino e la madre se non si sviluppa una situazione di nutrimento reciproco.Cosi siamo davvero testimoni di una mutualità che è l'inizio della comunicazione tra due persone destinata a diventare una "relazione d'oggettuale".
Qualcosa di simile si verifica nel momento in cui un paziente inizia un percorso:il primo impatto iniziale con la struttura: è generalmente un impatto buono, positivo, in cui emergono i sentimenti di gratitudine verso la struttura che accoglie e protegge, emerge il desiderio di stringere amicizie e soprattutto di esprimere gratitudine attraverso il conquistare la fiducia e le attenzioni del terapeuta. Talvolta si riscontra anche l’atteggiamento opposto: viene mostrata cioè sfiducia verso la capacità della struttura di essere una “madre buona”, per timore del ripetersi traumatico di precedenti fallimenti.Non è affatto scontato che il momento in cui un paziente entra in studio coincida con l’ingresso nella struttura, quello che è certo è che si affascina, come un neonato si può affascinare della disponibilità a ripetere una volta ancora il gioco di lasciare che l’altro scopra quante cose ci sono in lui . Accade così che persone con difficoltà comportamentali a vario livello cercano di mostrarsi molto rispettose di quell’ambiente
L’individuo vuole fare vedere n primo luogo se stesso, il proprio desiderio di fare bene, di risultare adeguato, chi inizia spontaneamente una terapia è infatti spinto di un senso di "responsabilità" dettata dalla consapevolezza, pensata o sperimentata, di non essere sufficiente a se stesso.La situazione idilliaca non dura a lungo (ed è bene che sia così), dopo qualche tempo generalmente le cose iniziano a cambiare, nella persona, l'entusiasmo iniziale passa, cominciano la fatica, la frustrazione ed anche la disillusione.Quell’ambiente materno inizia a diventare anche frustrante, non c’è più quella madre così calda ed intuitiva, ma c’è un genitore che vuole anche “svezzare” il bambino.Qualunque cosa faccia , la madre non riuscirà ad annullare il fallimento iniziale nell’adattarsi ai bisogni dell’Io del suo bambino. Non siamo più in presenza di un setting mentale, dominato da una madre che procura una sensazione piacevole, ma da un genitore o più genitori che tralasciano di soddisfare le richieste istintuali del bambino, ma possono anche riuscire a non "abbandonarlo", a provvedere ai bisogni del suo Io fino al momento in cui il bambino avrà introiettato al suo interno una madre sostegno dell'Io e avrà raggiunto l'età necessaria per mantenere tale introiezione.Mentre il bambino non sente nessun obbligo verso la madre oggetto d’amore primario, prova invece un sentimento di obbligo, in seguito alla terapia effettuata dalla madre genitore.La mancanza di questo passaggio significa confinare il bambino - paziente in un' area di dipendenza, con dinamiche di scissione e proiezione in oggetti buoni amati e oggetti persecutori. Va da se che anche per i componenti dello staff questo passaggio non è né semplice né indolore.Tra adulti ci si attende reciprocità, è spiacevole comandare ed imporre regole, può essere frustrante negare qualcosa che, fuori da quel contesto, non costituirebbe alcun problema dare, e per farlo occorrer ricordarsi che si è all’interno di un setting e ciò significa anche fare i conti con l’astinenza e la frustrazione. Si può anche pensare che alcuni psicoterapeuti fanno pagare le sedute mancate perché sono avidi di denaro, ma non è così semplice: il setting è un vincolo ed una risorsa, quando lavoriamo sulla relazione d’aiuto facciamo i conti con la nostra possibilità e disponibilità a confrontarci con gli aspetti aggressivi dell’altro.Non dire ai pazienti che devono rispettare l'ambiente dove vivono significa pensare che non sono capaci di prendersi cura di sé e rispettarsi, come un bambino che resta sporco se non lo lavo, perché non può imparare a lavarsi. Non invitare al rispetto dell'orario di lavoro significa pensare a quella persona come incapace di autonomia, come incapace di provvedere nel futuro a se stessa oppure in entrambi i casi significa pensare a se stessi come impotenti ad aiutare il paziente, supportandolo nel processo di un sviluppo che verrà demandato ad altri.Il sintomo è una comunicazione, attraverso il comportamento sintomatico l'utente comunica le proprie difficoltà alla struttura, agendo il tentativo di annullare la comunità, di farla somigliare alla piazza in modo da ricreare la gerarchia e il clima, dove I'asimmetria significa potere e prestigio, è il continuare a vivere secondo modalità note -rassicuranti- rispetto al rischi di cambiamento. Così come ha comunicato inizialmente la gratitudine e il senso di benessere nel momento in cui è stato accolto, adesso comunica il proprio disagio.La cornice della struttura, il setting è lo strumento più efficace per intervenire, né in modo aggressivo né disimpegnato, sui comportamenti sintomatici, sulla relazione circolare e sulla dimensione sociale dei pazienti.
Ecco un esempio di un setting di gruppo con pazienti affetti da Morbo di Parkinson:
[….]L’approccio fin qui emerso è ovviamente umanistico- fenomenologico.
La stanza di musicoterapia nella quale è stato svolto il Projectwork è grande quanto basta per le attività euritmiche, e abbastanza raccolta per evitare la dispersione dell’attenzione. Gli strumenti venivano allineati sul pavimento e/o posti lateralmente in modo da essere visibili, affinchè i pazienti potessero prenderli senza difficoltà e riporli con ordine. Spesso, dalla direzione dello sguardo, era possibile comprendere l’intenzionalità anche di chi non disponeva del linguaggio verbale, ; se uno strumento era a portata di mano, riposto più o meno allo stesso posto, il l’anziano che fosse poteva prenderlo senza difficoltà, e rispetto alla varietà del casi trattati questo presupposto era fondamentale. La stanza ha uno spazio centrale libero utile per attività di movimento, i materiali sono previsti in modo che possano essere sparsi o centrati in un punto , è previsto anche che la stanza possa essere oscurata per creare giochi luminosi con materiali specifici o realizzare giochi con le ombre; le sedie disposte ai lati i modo da poter essere utilizzate al bisogno. Ogni persona presente nella stanza occupava lo spazio più adeguato al proprio modo di essere.
Lo spazio era vissuto in modo idoneo alle attività in corso, compresi i cambi di ruolo.
Ogni incontro, individuale o di gruppo, svolto dall’ inizio dell’attività era caratterizzato da un percorso che conduceva gradatamente verso un crescendo di attenzione, fino a quando si arrivava all’intensità comunicativa che contraddistingueva gli incontri . L’esperienza in questione è stata vissuta in un crescendo dell’intensità emotiva con l’articolazione di attività varie che consentivano di esprimere le emozioni vissute, prima di giungere alla conclusione dell’incontro ed al commiato. Per questo motivo era opportuno utilizzare delle strategie di routine sia all’inizio che poco prima della fine di ogni seduta e concludere insieme agli utenti per regolare lo scorrere “emotivo” del tempo e dosare le attività in modo da non dover interrompere bruscamente.

Bibliografia:
Odgen, Identificazione proiettiva e psicoterapia, (Astrolabio).
Odgen, Il limite primigenio dell’esperienza, (Astrolabio).
Winnicott, Il bambino deprivato, (Armando).
Winnicott, Esplorazioni psicoanalitiche, (Armando).
Winnicott, Dalla pediatria alla psicoanalisi, (Martinelli)
Diario di Viaggio “Ale Porte del Bel Canto” (G. Galante)
Giuliana Galante


Diario di bordo”

Projectwork

“Le forme del pensiero Musicale”




Questo è un progetto a cui ho lavorato nel 2008, ma ci tengo a pubblicarlo perche questa persona mi ha dato moltissimo e voglio ricordarla, chiunque leggerà questo articolo non può pensare nulla di diverso.


Utente: L., 23 anni

Diagnosi: Encefalopatia Post- Anossica

Luogo: Istituto M.

Organizzazione degli incontri: Martedi 18:00- 18:45

Durata del trattamento: 8 incontri

Gli incontri:
Martedi 10/03/08 Prima seduta
L. è una bella ragazza, bionda, fisico slanciato, una laurea in Ingegneria, che ha avuto un Encefalopatia post- Anossica, in seguito ad una Fibrillazione ventricolare nel giugno del 2007.
E’ accompagnata dalla madre, ha una postura molto rigida, sembra spaventata, cammina senza piegare le ginocchia, e ha lo sguardo fisso, non lascia la madre e quindi lei parteciperà al primo incontro quasi per tutta la durata.
Mi avvicino a lei, ma non troppo, per non invadere il suo spazio intimo,sorrido, la accolgo alzando leggermente le braccia e le chiedo se conosce gli strumenti che abbiamo sul carrello.
Le propongo di ascoltare della musica insieme, so che ha perso la memoria a breve termine, compreso la capacità di svolgere le più semplici mansioni da sola, ma ricorda perfettamente tutti i testi delle canzoni che ascoltava, e continua a cantarle, partiamo da alcune canzoni di Elisa, e le conosce tutte, non canta molto, ma continua qualche frase che inizio, le do un imput, lei mi guarda, ha i tatti del viso molto rigidi, lo sguardo è di diffidenza, non riesce a stare seduta, si siede senza piegare le ginocchia, la madre cerca di imporle di stare seduta, ma le propongo di lasciarla libera di scegliere.
L. sta per tutta la prima parte dell’incontro vicino la porta, dice che deve andare, ma dopo il terzo brano inizia a cantare, e ogni tanto mi viene vicino, mi fissa, poi torna dietro. La madre è seduta vicino la scrivania, e si scambiamo degli sguardi, ma non interviene più di tanto, le dice di fare ciò che propongo.
Lo sguardo è sempre teso, apatico, la mimica facciale è ridotta al minimo, e l’intonazione nel verbale e nel canto è monofonica, ma intonata, in ogni caso accetta qualche mia intrusione, mantenendo le sue caratteristiche vocali.
Dal secondo incontro cercherò di non far intervenire la madre, il più possibile, e cercare di avvicinarmi a lei e al suo mondo.
Concludiamo con una rappresentazione grafica su un cartellone che darò come restituzione alla fine del trattamento, ci sono 8 quadrati, lei scegliendo i colori che preferisce, deve disegnare a partire dal primo in alto a sinistra, ciò che sente in quel momento, un immagine, una parola e scrivere che giorno siamo e la data , e l’orario.
Nel primo ha disegnato un albero, in aria, sulla sinistra, e solo un lato del tronco, con un pennarello nero, il lato destro, io ho aggiunto il sinistro, e ho prolungato la base, dopo questo lei ha rimarcato il lato sinistro. L’albero è destrutturato e al centro c’è un'unica foglia. Ecco come si sente.
26/03/08 Seconda seduta
Oggi incontro L. per la seconda volta. Il primo obiettivo della giornata è restare da sole il più possibile.
Ha i capelli sciolti, e sembra più solare in viso, ha un espressione più morbida, mi guarda e ogni tanto sorride. Facciamo un lavoro di respirazione e mi segue, iniziamo a cantare, muovendoci per la stanza, e prendiamo qualche strumento, lei prende la chitarra piccola, la tiene in mano e di tanto suona qualche corda.
Mi segue per circa 20 minuti, canta con una buona intonazione, ma la voce è monofonica, tranne in qualche punto, è poco sciolta, cantiamo insieme, la lascio da sola in alcune frasi e l’accompagno quando l’intensità è quasi nulla.
Sorride molto, dopo un po’ inizia a cercare la madre, la faccio entrare.
La madre per lei è invasiva, si irrigidisce la voce e la postura, la guarda chiedendo un appoggio, non dice niente, la madre sorride e sta zitta.
Cantiamo Elisa, Tiziano Ferro, Battisti, Eros Ramazzotti.
Quasi alla fine dell’incontro mi dice ch deve andare in aula, che il professore l’aspetta, e rispondo che tra 10 minuti la lascio andare, facciamo un ultimo brano, su una base cantiamo “Pensieri e parole”, io l’aiuto nei controcanti, qui si impegna di più, la mimica facciale è espressiva, soprattutto nella seconda parte del ritornello, durante i controcanti, esprime un intensità vocale, e le suscita delle emozioni.
In generale, è più rilassata a livello corporeo e vocale, non è attratta dagli strumenti
ma cercheremo di lavorare anche su quello, e non mi scruta più con diffidenza, non mi sembra cosi apatica come era descritto nella diagnosi.
Nel cartellone finale disegna dei cuori rossi, e un albero blu, sempre in aria sulla sinistra, ma definito ai lati e armonico nella chioma.
Martedi 01/04/08 Terza seduta
Oggi iniziamo con un brano di musica classica, l’adagio della Marcia alla Turca, Mozart. L. è’ serena, le propongo di togliere la maglia, in studio non ce n’è di bisogno.
La toglie subito, la appoggia sullo stereo.
Iniziamo con gli esercizi di respirazione, e ci muoviamo per la stanza, muove le braccia in su, ma sono rigide, c’è poca apertura.
Ascoltiamo del brani tratti da colonne sonore di alcuni film famosi, lei ne riconosce subito alcuni, conosce i titoli del Film, qualcuno non lo ricorda, ma ricorda chi è l’attore. Dopo cantiamo su alcuni brani, Vasco e Battisti, e mi segue, dopo circa 25 minuti faccio entrare la madre, che si siede e non si inserisce in alcun modo.
Mentre ascoltiamo le colonne sonore a volte sorride, sembra le suscitino dei ricordi, o delle emozioni, anche la mimica facciale è presente in quasi tutti i brani.
Canta con volumi diversi, aumenta se la sostengo, provo ad alzare l’intensità , la sua è mono - tonale, ma non sempre, le faccio sentire una canzone nuova di Francesco Renga, mi dice che la conosce, ha il cd.
Lo ha imparato tutto a memoria, e conosce tutti i testi, in una settimana. Ciò vuol dire che si sta attivando la memoria a breve termine e la sfera cognitiva rispetto all’apprendimento.
Dopo la madre la porta in bagno e mi dice che anche li continua a cantare.
E’ ogni volta più espressiva, anche nel canto, credo bisogni lavorare sull’intensità, perché ciò che canta le suscita delle cose, ricordi, o emozioni, e voglio che lei percepisca questa intensità, che venga fuori nel canto.
Alla fine nel cartellone disegna un pesce d’Aprile, mi dice che oggi è Lunedi, in quanto la prima volta è venuta di Lunedi, io le dico che dalla prossima volta ci vedremo sempre di Martedi, alle 18:00. Il pesce è in arancio, è completo con la coda e l’occhio, nuota verso il basso a sinistra, ma la coda va verso alto a destra, accanto a destra un cuore piccolo, abbastanza definito.
In generale è più aperta, si avvicina poco agli strumenti, di tanto prende la chitarra, ma dopo qualche minuto la ripone in terra ma va benissimo cosi, ci sono ancora 5 incontri.

Giuliana Galante










Musicoterapia e neuroscienze



L’empatia secondo le neuroscienze

La conoscenza del sistema nervoso centrale (in particolare i meccanismi attraverso i quali l’encefalo produce i propri effetti) ha subito negli ultimi anni un vero e proprio ‘scatto’ in avanti a seguito delle aumentate capacità di indagine e di ricerca derivate dalle nuove tecnologie. In particolare, la Tomografia a Emissione di Positroni (PET), la Risonanza Magnetica Funzionale (FMRI), la Stimolazione Magnetica Transcranica (TMS) e la Magnetoencefalografia (MEG) , hanno permesso di studiare in profondità il funzionamento di singoli neuroni o di gruppi di essi. La ricerca sperimentale può oggi verificare le proprie ipotesi studiando in vivo, e in maniera non invasiva, sia animali (generalmente ratti e scimmie) che esseri umani (sia individui sani che ‘casi clinici’ patologici).
Nel passato la ricerca aveva come campo di studio l’anatomia del cervello e successivamente la fisiologia del sistema nervoso, senza riuscire (per carenze tecnologiche) a definire i meccanismi che sottendono il comportamento, il pensiero e le emozioni. Fino a pochi anni fa ci si limitava a studiare gli effetti del controllo neuromuscolare che produce il movimento; oggi è possibile capire cosa è in grado di determina un’azione, il suo scopo e la sua motivazione.
Numerose osservazioni, ottenute da branche del sapere diverse da quella medico-biologica, come la psicologia, la psicoanalisi, la pedagogia e la sociologia, hanno iniziato a trovare conferme nelle ricerche sperimentali degli ultimi anni. Lo studio del sistema nervoso centrale ha sviluppato a tal punto il proprio terreno di ricerca da inglobare diverse discipline e dare origine ad una nuova branca del sapere che va sotto il nome di Neuroscienze.
Attualmente molti gruppi di ricerca nel mondo stanno raccogliendo una grande quantità di dati che derivano da altrettanti numerosi modelli sperimentali; alcuni importanti neuroscienziati, come Antonio Damasio di Iowa City e Giacomo Rizzolatti di Parma, stanno cercando di divulgare le nuove scoperte con l’intento di renderne partecipi anche i non addetti ai lavori. Oltre a neuroscienziati che potremmo definire ‘puri’, esistono neuropsicanalisti e psicoterapeuti, come Allan Schore, che stanno tentando di unificare le conoscenze della neurobiologia, della neurologia comportamentale, della neuropsicologia e della neuropsicanalisi, includendo anche le ricerche sullo sviluppo di psicologi evolutivi come Daniel Stern e Bertrand Cramer. Negli ultimi anni inoltre sono stati meglio definiti i complessi rapporti che legano l’attività cerebrale con il sistema immunitario e con il sistema endocrino, dando piena giustificazione ai molti disturbi psicosomatici.
Volendo semplificare la grande complessità di questa materia e volendo concentrare l’attenzione sulle principali scoperte (o perlomeno quelle per le quali gli studi appaiono maggiormente ‘definitivi’), possiamo analizzare due distinti argomenti:
· A. i neuroni specchio
· B. l’azione dell’emisfero cerebrale destro
I neuroni specchio sono un gruppo di cellule localizzate in una precisa parte del cervello (zona fronto-parietale) che possiedono la capacità di guidare un’azione, ma nel contempo anche di ‘pensare’ un atto potenziale; questi neuroni (in stretto collegamento con altri gruppi di cellule nervose) sono capaci di reagire non soltanto ad un sem plice stimolo, ma anche di ‘comprendere’ il significato di quello stimolo. Questa scoperta conduce a stabilire che le diverse aree cerebrali non sono, come si pensava, suddivise per eseguire distintamente compiti esecutivi e compiti di controllo, ma azione e percezione risultano alla fine costituire un’unica funzione.
I neuroni specchio sono stati scoperti più di una decina di anni fa, ma solo negli ultimi si è riusciti a definire nel dettaglio il loro funzionamento e quindi anche la loro grande importanza per la conoscenza del comportamento umano. Questi neuroni hanno dimostrato di potersi attivare sia per eseguire una determinata azione sia in seguito all’osservazione di una azione simile compiuta da un altro individuo. Scrive Rizzolatti (“So quel che fai”, Raffaello Cortina Editore, 2006): “l’attivazione dei neuroni specchio è in grado di generareuna rappresentazione motoria interna (atto potenziale) dell’atto osservato, dalla quale dipenderebbe la possibilità di apprendere via imitazione”.
Prima ancora dell’imitazione queste cellule posseggono la capacità di riconoscere e di comprendere il significato posseduto dagli atti osservati. In pratica risulta che la stessa comprensione che regola l’esecuzione delle nostre azioni, permette la comprensione delle azioni altrui. Per comprendere il significato e l’intenzione delle azioni degli altri è sufficiente che il soggetto possegga la conoscenza delle proprie esecuzioni (abbia cioè tali azioni tra il proprio patrimonio motorio). La maggior parte delle ricerche ha lavorato utilizzando modelli sperimentali che sfruttavano l’esecuzione di azioni in relazione ad un controllo visivo, ma lo stesso modello risulta valido anche per altri ambiti sensoriali, ad esempio quello relativo agli stimoli sonori (ascolto un suono, lo comprendo e lo riproduco).
Rispetto alle ricerche compiute sulle scimmie, nell’uomo il sistema dei neuroni specchio è risultato molto più esteso e complesso. Nella nostra specie queste cellule si sono dimostrate capaci di codificare sia lo scopo dell’atto osservato sia gli aspetti temporali che compongono i singoli movimenti; sono inoltre risultate capaci di rispondere ad azioni mimate. Ogni forma di apprendimento che avviene attraverso l’imitazione necessita della partecipazione di altre aree corticali, ma il sistema di controllo di questo processo è attuato dal sistema dei neuroni specchio, che può agire mettendo in atto un duplice controllo di tipo facilitatorio o inibitorio (ad esempio i neonati, che hanno una spiccata propensione per l’imitazione, possiederebbero un sistema di controllo inibitorio particolarmente debole in quanto ancora immaturo). La situazione emotiva sembra in grado di ‘condizionare’ l’azione di controllo facilitazione-inibizione in base ad uno specifico contesto.
Scrive ancora Rizzolatti: “I neuroni specchio e la selettività delle loro risposte determinano uno spazio d’azione condiviso, all’interno del quale ogni atto e ogni catena d’atti, nostri o altrui, appaiono immediatamente iscritti e compresi, senza che ciò richieda alcuna esplicita o deliberata operazione conoscitiva”. Percezione ed esecuzione posseggono pertanto uno ‘schema rappresentazionale comune’.
E’ molto probabile che dal sistema dei neuroni specchio nel corso dell’evoluzione sia originato il substrato neuronale necessario per la comparsa delle prime forme di comunicazione tra gli individui che ha portato infine allo sviluppo del linguaggio. In particolare le origini del linguaggio andrebbero ricercate, prima ancora che nelle forme di espressione vocale, nell’evoluzione di un sistema di comunicazione intenzionale attuato attraverso i gesti: prima della bocca sarebbe stata lamano a ’parlare’ e la via di apprendimento sarebbe stata quella imitativa controllata da neuroni specchio specifici denominati eco.
Gli esperimenti più affascinanti riguardano il substrato anatomico-funzionale dell’empatia (la capacità di comprendere lo stato emozionale dell’altro, di percepire ciò che percepisce l’altro). Esperienze recenti indicano che osservare un viso altrui che esprime un’emozione, stimola nell’osservatore i medesimi centri cerebrali che si attivano quando lui stesso presenta una reazione emotiva analoga. Il centro neuronale deputato a questa funzione specchio sarebbe l’insula, una zona del cervello dove sono rappresentati gli stati interni del corpo e dove avviene l’integrazione viscero-motoria (la cui attivazione trasforma gli input sensoriali in reazioni viscerali).
Bisogna considerare che nonostante ognuno di noi sia in grado di percepire il dolore dell’altro, la compartecipazione empatica a questo dolore è diversa tra un individuo e l’altro.
Conclude Rizzolatti: “il meccanismo dei neuroni specchio incarna sul piano neurale quella modalità del comprendere che, prima di ogni mediazione concettuale e linguistica, dà forma alla nostra esperienza degli altri (…) e alla rete delle nostre relazioni interindividuali e sociali”. Ha acutamente osservato Vilayanur Ramachandran: “I neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il DNA è stato per la biologia”.
Per quanto riguarda la dominanza emisferica, numerosi studi hanno permesso di capire che il nostro cervello possiede due distinte tappe maturative durante le quali prevale uno dei due emisferi, destro e sinistro. La nostra intelligenza adulta è prevalentemente logico-matematica e procede per processi deduttivi basandosi fondamentalmente sulla capacità di astrazione che si sviluppa dopo i primi due anni di vita e il cui controllo è localizzato nell’emisfero sinistro.
Quando il bambino riesce a capire che la palla non è soltanto l’oggetto rotondo e colorato che tiene in mano, ma è anche l’immagine mentale (l’idea) che riesce a vedere col pensiero, inizia un processo per la nostra specie particolarmente importante la cui evoluzione ulteriore è rappresentata dallo sviluppo del linguaggio (scritto o parlato). Ad un certo punto della sua maturazione il bambino inizia a padroneggiare anche l’uso del simbolo, di quella parola - ‘palla’ - capace di evocare e rappresentare l’oggetto concreto.
A questo punto dello sviluppo mentale inizia una modalità di pensiero che utilizza parole e concetti, e da questo momento in avanti la memoria utilizzerà come proprio codice la parola. E’ probabilmente questo il motivo che impedisce di ricordare quanto è stato vissuto e percepito prima dei due anni di vita.
In realtà, i ricordi dei primi anni (compresi quelli della vita prenatale e del momento della nascita) restano nel nostro cervello, ma vengono archiviati in un codice che non utilizza le parole e i concetti astratti. Prima dello sviluppo del linguaggio il bambino pensa per emozioni e sentimento e la memoria è definita di tipo ‘evocativo’; il bambino cioè ‘ritrova’ le percezioni e le emozioni già vissute. Anche il feto, mostrando fenomeni di ‘abituazione’, mostra di sapersi adattare e di saper fare esperienza attraverso gli stimoli e le sensazioni dell’ambiente uterino.
In questo primo momento della vita la parte di cervello dominante, anziché la sinistra, risulta essere la destra, il cosiddetto emisfero ‘non verbale’ dove vengono elaborate le emozioni e le percezioni sensoriali. A questa età possediamo un pensiero emotivo e la relazione con l’ambiente (oggetti e persone) può avvenire attraverso il corpo e i sensi. La sensibilità e la capacità empatica regolano la comunicazione con le figure di accudimento, fornendo una prima elaborazione della realtà (un’idea del mondo e dell’esistenza).
Secondo le ricerche e la teoria di Allan Schore l’ambiente che il bambino incontra nel primo anno di vita, mediato dalla persona che principalmente si prende cura di lui, influenza e orienta lo sviluppo e l’evoluzione delle sue strutture cerebrali, determinando la capacità futura di autoregolare le emozioni, di gestire lo stress e di modulare la relazione con gli altri. Esistono prove che supportano la supremazia della funzione sulla struttura, nel senso che sarebbe la struttura morfologica a svilupparsi in seguito ad uno stimolo funzionale primario e non viceversa.
L’emisfero destro si è dimostrato capace di controllare il linguaggio non verbale (che comprende le espressioni facciali, i toni vocali e i gesti), dominando anche nelle percezioni musicali, olfattive e tattili; avrebbe inoltre un collegamento privilegiato con il Sistema Nervoso Autonomo e quindi con le funzioni del corpo cosiddette involontarie.
Fortunatamente nel successivo periodo della vita l’attività dell’emisfero destro, emotiva e sensoriale, non viene cancellata, ma soltanto affiancata (e in parte ‘soffocata’) dall’esuberanza e dalla logorrea della cervello sinistro (occorre considerare inoltre che i due emisferi sono strettamente collegati e interconnessi da specifiche strutture deputate a questa funzione di integrazione). E’ suggestivo riflettere come sia possibile, in particolari situazioni, che il nostro cervello ‘emotivo’ riesca a prendere le redini del nostro controllo per attivare comportamenti creativi o per dare origine a mansioni ad ‘alta sensibilità’. Uno di questi momenti della vita si realizza senz’altro alla nascita di un figlio oppure quando ci si trova a prestare cure e conforto a chi sta terminando la propria vita; queste situazioni sono infatti difficilmente compatibili con una occupazione o uno stile di vita che richiede calcolo e controllo (la mamma e il papà manager per un po’ o saranno modesti genitori o saranno cattivi manager).
Anche durante la creazione artistica, o qualora sia necessario far prevalere intuito e sensibilità in alternativa al calcolo e all’opportunità, è ancora l’emisfero destro a prevalere, all’interno di questo processo si determina l’attivarsi dei neuroni specchio nell’atto espressivo, definibile artistico, ispirato, creativo (forse è per questo che raramente politica ed economia riescono ad essere al servizio dell’uomo e dei suoi bisogni più profondi). Si dice che l’artista è colui che vede al di là delle cose (“non si vede che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”), in realtà l’artista vede con occhi diversi, vede con la parte di cervello infantile e primordiale, quella che dà colore agli odori e che dà una forma fisica alle emozioni. Il poeta è forse l’artista per eccellenza perché usa le parole, un simbolo astratto e concettuale, utilizzandole in maniera impropria e originale (nel senso letterale del termine), trasformando (o sublimando) un codice che nasce per servire la logica in un codice al servizio delle emozioni.
Anche la meditazione, l’ascesi e la preghiera non hanno bisogno di logica né di concetti o di parole (e spesso si crede di pregare, quando invece semplicemente si sta pensando a Dio); in queste situazioni è necessario liberare la parte più sensibile e più ancestrale della nostra mente, quella che ha vissuto prima del linguaggio, quando (pur senza conoscere) ‘sentivamo’ di essere tenuti in braccio, protetti, nutriti ed amati (probabilmente, senza bisogno di grande consapevolezza, chi sa pregare col proprio cervello sensibile percepisce di essere tenuto in braccio da Dio).
Questa parte della nostra mente accompagna la nostra vita, la nostra relazione con gli altri quando dobbiamo sostenere e rinforzare la nostra azione comunicativa utilizzando il corpo, i gesti e la mimica del viso; quando non abbiamo più parole per esprimerci, arriviamo a usare il silenzio e lasciamo che siano la nostra presenza e i nostri occhi a ‘parlare’. Lo sguardo è considerato lo specchio dell’anima, in realtà gli occhi hanno la stessa derivazione embrionale del cervello e quindi sono direttamente in collegamento con quanto la mente sta vivendo; anche la pelle, come gli occhi, origina dal sistema nervoso e per questo motivo anche il contatto fisico si dimostra capace di comunicazione profonda.
Le neuroscienze hanno appena iniziato a svelare i tesori contenuti nelle nostra mente e a spiegare l’origine dei nostri comportamenti più complessi ed evoluti. Probabilmente il futuro riserverà grandi sorprese, ma possiamo già da ora contare su due importanti pilastri: la certezza che la nostra identità è definita dalla relazione con i nostri simili e la scoperta che i nostri comportamenti sono strettamente collegati alle primissime esperienze della nostra esistenza.
Giuliana Galante

Ludwig Mirak, 𝑬' 𝑸𝑼𝑨𝑺𝑰 𝑳'𝑨𝑳𝑩𝑨

In arrivo: LUDWIK MIRAK, E' quasi l'alba Lui è un cantautore di cui sentiremo parlare molto! Si chiama Paolo Karim Gozzo (in arte...